Siamo tutti nati per risplendere...

don Angelantonio SCIARRA_il CORRETTORE

“Siamo figli di Dio. Il nostro giocare in piccolo non serve al mondo … siamo tutti nati per risplendere, come fanno i bambini. Siamo nati per rendere manifesta la gloria di Dio che è dentro di noi.” (Nelson Mandela, 1994)

Questa testimonianza è frutto di una vita messa in gioco per il bene comune di una nazione. Nasce in anni passati in isolamento e in una cella di massima sicurezza. Anni vissuti nella consapevolezza che l’essere figli di un solo Padre celeste ci motiva a servire ed amare ogni uomo/donna come nostro fratello. È la stessa consapevolezza che, nel lontano 1244 in Firenze, motivò semplici cittadini e credenti a fondare la Confraternita di Misericordia con la volontà di “onorare Dio con opere di misericordia verso il prossimo”. Nell’alveo di questa storia secolare, nel più vicino 1994, si è inserita la Confraternita di Misericordia di Lido di Camaiore, con la stessa motivazione di far risplendere, in opere di misericordia, il nostro essere figli di Dio e fratelli/sorelle fra di noi. In questi primi 25 anni molte iniziative sono fiorite intorno alla comprensione di operare come misericordia, frutto della consapevolezza che la misericordia, pur presentandosi al suo inizio quale sentimento di compassione e tenerezza per i miseri e le miserie umane, deve farsi opera, cioè deve tradursi in un agire che si fa concreto, operativo, stabile e affidabile. Deve necessariamente farsi istituzione e organismo. Questo ha comportato e comporta rischi. In questi anni più volte siamo stati richiamati ad evitarli, soprattutto a non perdere la motivazione religiosa che definisce l’identità propria della Confraternita di Misericordia. Il nostro risplendere deve venire dal cielo: è la luce di Cristo, il Suo volto, le Sue mani, il Suo cuore che passano attraverso le nostre mani! Ed è sempre Lui che ci attrae nascosto in ogni fratello/sorella che provocano il nostro agire (cf. Mt 25, 40). Siamo artigiani di ciò che è eterno: l’amore, la carità. Non filantropi o infermieri della storia, tanto meno dei pii cattolici che risolvono i problemi della autorità civili inadempienti, non una benemerita e onorevole Onlus (cf. Benedetto XVI), ma confratelli e consorelle animati dalla 

volontà di vivere l’amore, fino al dono della propria vita, “come” Cristo ci chiede dandoci l’esempio (cf. Gv 13). È la via più sublime quella nella quale siamo chiamati a camminare e creare risposte a chi ci domanda amore: la via dell’agape, di un amore totalmente gratuito nella misura dell’amore di Dio (cf. 1 Cor 12, 13 – cap 13). Questo e solo questo ci fa splendenti! Se viene meno la gratuità dell’amore è la stessa identità di confratello/sorella di Misericordia a venire meno. Se si cancella la gratuità si diventa prigionieri di uno specchio nel quale ci si contempla e ci si autocelebra per quello che si è fatto o si sta facendo come il fariseo del vangelo di Luca (cf. 18, 9-14). Non si è più nella via più sublime, ma su quella della gratificazione e della vana gloria! Per non restare prigionieri dello specchio di Narciso e continuare ad essere artigiani di ciò che è eterno, mani che fanno passare lo splendore del cielo fra le loro dita, siamo chiamati ad essere gli occhi e il cuore di Dio per le nuove povertà e miserie del nostro tempo nel presente. Siamo quelli che vanno, quelli che inventano strade, che tracciano nuovi percorsi dove gli uomini/donne tessono relazioni come fratelli/sorelle, perché figli di un solo Padre, con la volontà di prendersi cura della vita e di guarirne le ferite. Fino ad oggi ci siamo occupati, primariamente, delle ferite del “corpo” fisico e sociale di malati, degli anziani, dell’ospitalità, della carenza di occupazione, ecc. 

Ora dovremmo guardare alle ferite dello spirito, dell’anima. È sotto gli occhi di tutti la deriva comportamentale e culturale a livello individuale, sociale, politico e religioso. Una deriva che ha come scopo il volere “rubarci l’anima”, cioè privarci di valori e motivi etici che fondano la libertà di coscienza. Molti si fermano a maledire l’oscurità, la tenebra che avanza; altri, e fra questi vogliamo e dobbiamo esserci, accendono una fiaccola per rischiarare le tenebre. Sto parlando della necessità di praticare quelle che la sapienza della Chiesa ci indica quali opere di misericordia spirituale. Ve le ricordo: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare con pazienza le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti. Praticarle ci aiuterà a guarire le ferite dell’anima. È solo un orizzonte che vi indico, un nuovo cammino, una via le cui tappe e la strada da seguire sono ancora da definire. Voglio pensare che, con il coraggio, la fantasia e la creatività che ci hanno accompagnato in questi 25 anni, ce la possiamo fare. Stimolati dalle parole del Vescovo Giuliano Agresti: “Bisogna ben pensare … perché c’è in giro tanta gente che sembra non pensare mai. Dice che non può, dice che non sa, dice che non ha tempo, dice che ci vuole altro per pensare. E altri intanto pensano al mio posto… ci troviamo così in un’esistenza balorda, dovendo ringraziare quelli che hanno pensato per noi. Una persona che non pensa, un popolo che non pensa, fanno sì che qualcuno pensi per noi e succede quel che succede”. Dobbiamo preoccuparci ed occuparci “della formazione delle coscienze” (art. 2 dello Statuto), perché la coscienza di ognuno possa operare in piena libertà, sottratta al dominio del potere mondano, della pubblicità, dei mass-media e dell’opinione pubblica. Siamo figli di Dio, chiamati a far risplendere quella luce che sola può essere lampada che guida i nostri passi (cf. Gv 1,4 - 5.9) nell’edificare “la casa del noi” dove abita la vera, autentica fraternità e libertà. 

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